Effetti dell’assunzione di personale straniero come Colf e Badanti



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Net Colf
01 Luglio 19
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domesitca filippina

COLF E BADANTI: QUALI EFFETTI PRODUCE LA SCELTA DI PERSONALE STRANIERO IN TALE SETTORE?

 

E’ noto come negli ultimi anni il numero di collaboratori domestici stranieri, per la maggior parte extracomunitari, sia notevolmente aumentato.

 

A rivelarlo è, oltre alla tangibilità del fenomeno,  uno studio recentemente fatto  sulla base di dati INPS che a fronte di circa 900 mila lavoratori per l’anno 2018, ha evidenziato come solo una piccolissima parte sia costituita da lavoratori italiani, mentre la restante parte proviene dalla Romania e da diversi Paesi extracomunitari.

 

Esclusi da tale studio sono quei lavoratori che pur prestando servizio come collaboratori domestici, non risultano ufficialmente essere inquadrati come tali in quanto “assunti in nero” e per i quali non sussiste, quindi,  alcun contratto, alcuna comunicazione all’Ente previdenziale e nessuna copertura assicurativa, così come i suddetti dati, presi quale parametro statistico, non considerano un’altra grossa branca di lavoratori che, pur essendo formalmente assunti, di fatto lavorano molte più ore rispetto a quelle contrattualmente previste, ore che sono mal retribuite e sicuramente non assicurate (cd. lavoro “grigio”).

 

Qualora, infatti, si considerino anche i lavoratori irregolari, si stima che il numero degli occupati sia quasi pari al doppio di quello indicato dall’INPS. Nonostante  il lavoro domestico sia tutelato e disciplinato da un apposito contratto collettivo e da una specifica normativa  – la cui violazione comporta per i datori di lavoro domestici importanti sanzioni amministrative (e non solo) in caso di ispezioni o denunce – frequentemente gli stessi datori, che agiscono non in veste di imprenditori o professionisti, bensì di semplici cittadini, optano per forme irregolari di “assunzioni” per meglio far fronte alle spese economiche insite nell’assistenza di un proprio familiare (spese che nella maggior parte dei casi sono finanziate dalle pensioni delle persone che devono essere accudite  e dai risparmi dei relativi familiari).

 

Sicuramente alla base di tale fenomeno,  non è di poco conto l’insufficiente presenza dello Stato che sempre più spesso delega le famiglie interessate ad assumersi l’intero onere di assistenza, morale ed economico.

 

A ciò si aggiunge che il delinearsi di un mutamento di ordine sociale, economico e culturale, verificatosi parallelamente all’allungamento dell’aspettativa di vita e a ritmi più frenetici rispetto al passato, ha provocato un incremento dell’esigenza delle famiglie italiane a circondarsi di una o più persone in grado di aiutare il familiare bisognoso di cure; al suddetto incremento della domanda di lavoro, ha fatto seguito una sempre maggiore predisposizione da parte dei datori di lavoro italiani a preferire personale straniero qualificato (e non).

 

Dall’altro canto, la suddetta scelta risulta essere in molti casi quasi obbligatoria: la prestazione che si richiede presenta caratteristiche peculiari e una disponibilità di energie e di tempo a volte quasi totale (si pensi alle badanti che sono assunte in regime di convivenza) e ciò comporta che siano proprio coloro che abbandonano i propri paesi e le proprie famiglie, sperando di trovare un lavoro che possa garantire una vita dignitosa, a mostrare una maggiore predisposizione nell’eseguire prestazioni di assistenza o collaborazione familiare (e, non irrilevante, risulta essere anche la loro disponibilità a lavorare per retribuzioni  più basse rispetto alla mansione e all’orario di lavoro effettivamente svolto).

 

Al di là del ricorso illecito al lavoro irregolare, lo studio sopra menzionato ha, poi,  come obiettivo principale quello di analizzare come l’incremento di lavoratori domestici stranieri abbia contribuito – e continui a contribuire – allo sviluppo del  PIL dei loro Paesi di origine: a tal proposito, importanti sono alcune stime tratte dal Dossier “L’impatto del lavoro domestico nei loro Paesi d’origine” presentato da Domina -Associazione nazionale di famiglie e datori di lavoro domestico- secondo cui, le rimesse (ossia i trasferimenti di denaro)  dei lavoratori stranieri rappresentano, ad esempio, il 21% del Prodotto Interno Lordo della Moldavia, il 18% della Romania e cosi via di seguito.

 

Dall’Italia, infatti, i risparmi inviati nei Paesi d’origine valgono circa 6.2 miliardi di euro, di cui 1.4 miliardi proviene proprio dai lavoratori domestici.

 

In un Paese come il nostro in cui, come ho già anticipato, l’assistenza degli anziani è delegata quasi esclusivamente a quello che è definito “welfare familiare”, la presenza di persone provenienti da altri paesi è fondamentale e, nonostante negli ultimi anni si sia verificato un incremento di occupazione in tale settore anche da parte di donne italiane, il numero dei lavoratori stranieri resta predominate; eppure, l’impegno di personale italiano, unitamente al rispetto delle regole che tutelano qualsiasi lavoratore subordinato – e quindi anche quello domestico –  avrebbe come inevitabile conseguenza non solo una diminuzione del tasso di disoccupazione, ma anche una progressione economica relativamente al nostro Prodotto Interno Lordo.