Costo del lavoro domestico



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Net Colf
11 Maggio 18
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E’ ormai noto che viviamo in un’epoca in cui lo status delle famiglie ha subito importanti mutamenti di ordine sociale, economico e culturale che, parallelamente all’allungamento dell’aspettativa di vita e a ritmi quotidiani sempre più frenetici, hanno incrementato notevolmente l’esigenza di ricercare sempre più spesso personale qualificato e idoneo ad assistere i propri familiari, a prescindere dal grado di autosufficienza o non degli stessi.

Il rapporto di lavoro domestico, dunque, ha ormai assunto un ruolo importante e dal punto di vista legislativo è disciplinato a tutti gli effetti secondo le norme e i principi generali che regolano i rapporti di lavoro subordinato, salvaguardando, però, allo stesso tempo quelle caratteristiche tipiche che conferiscono al lavoro domestico il carattere della specialità. Tale carattere è strettamente collegato alla peculiarità della prestazione che è per sua natura esclusivamente finalizzata al funzionamento della vita familiare del datore di lavoro.

 

Adempimenti amministrativi

Al pari di qualsiasi altro rapporto di lavoro subordinato, il datore, quindi, deve conoscere e compiere tutti gli adempimenti amministrativi relativi alla costituzione, trasformazione, proroga e cessazione del rapporto stesso: ai sensi dell’art. 9 bis, DL n. 510/1996 e secondo quanto disposto dalla Circolare Inps n. 49/2011, è, infatti, obbligato a comunicare telematicamente all’INPS l’avvenuta assunzione entro le 24 ore del giorno precedente e l’eventuale trasformazione, proroga o cessazione entro i 5 giorni successivi.

 

Contratto di lavoro lavoratori domestici e inquadramento contrattuale

E’ altresì obbligato a redigere un contratto di lavoro in forma scritta da cui si delineano gli elementi fondamentali e imprescindibili di qualsiasi rapporto lavorativo quali la durata, la mansione, il livello contrattuale, il periodo di prova, l’orario di lavoro concordato, la collocazione dei riposi settimanali e il trattamento economico, tutti istituti questi per la cui disciplina si rimanda al contratto collettivo nazionale di categoria e alla normativa attualmente vigente.

Chi ha avuto già una qualche esperienza in tale settore, sa che il primo problema da affrontare è legato al corretto inquadramento contrattuale e alla determinazione del costo del lavoro del domestico.

L’art. 10 del CCNL Colf e Badanti individua 4 livelli – A, B, C, e D – “a ciascuno dei quali corrispondono due parametri retributivi, il superiore dei quali è definito Super”. La scelta è frutto di precise valutazioni strettamente connesse alle caratteriste della persona oggetto di assistenza: Si procede così ad individuare il grado di autosufficienza o non dell’assistito e l’eventuale esigenza di prestazioni diurne e/o notturne effettuate in presenza oppure no del regime di convivenza.

Individuare la mansione affidata al lavoratore e ricondurla alla declaratoria riportata nel contratto collettivo di riferimento sono due passaggi fondamentali per conoscere le relative retribuzioni minime contrattuali e i valori convenzionali di vitto e alloggio: entrambe le voci sono fissate nelle tabelle A, B, C, D, E e G allegate al CCNL dei lavoratori domestici e sono rivalutate annualmente secondo le variazioni del costo della vita per le famiglie di impiegati ed operai rilevate dall’ISTAT.

 

Tabelle retributive e orario di lavoro

Le suddette tabelle disciplinano, sempre in base al livello e alla mansione, oltre ai minimi retributivi anche le varie modalità di svolgimento del lavoro domestico.

A tal riguardo la prima distinzione da fare consiste nel valutare se l’esecuzione della prestazione lavorativa avviene oppure no in regime di convivenza in quanto in base a ciò si determina l’effettivo ammontare massimo di ore lavorabili contrattualmente.

Infatti, salvo il principio secondo cui la durata normale dell’orario è quella concordato tra le parti, in presenza di convivenza il lavoratore domestico non potrà superare le 10 ore giornaliere non consecutive, per un totale di massimo 54 ore settimanali, mentre in regime di non convivenza non potrà superare le 8 ore giornaliere, per un totale di 40 ore settimanali. Inoltre i lavoratori conviventi inquadrati nei livelli C, B e B super, nonché gli studenti di età compresa fra i 16 e i 40 anni frequentanti corsi di studio possono essere assunti in regime di convivenza con orario ridotto  fino ad un massimo di 30 ore settimanali e la particolarità è che qualora le parti concordino un orario inferiore alle 30 ore la retribuzione non viene riproporzionata al numero di ore di lavoro effettivamente svolto ma è parametrata sempre in relazione al suddetto limite delle 30 ore settimanali.

 

Minimi retributivi contrattuali lavoratore domestico

Ulteriore differenza riguarda l’indicazione dei minimi retributivi contrattuali: questi ultimi nel caso di convivenza sono dati da un importo minimo mensile, nel caso di non convivenza, al contrario, sono dati dal valore minimo di un’ora di lavoro.

Le modalità di inquadramento, la conoscenza dei minimi retributivi e la presenza di un’eventuale indennità di vitto e alloggio sono propedeutici all’individuazione degli elementi che delineano la differenza tra paga contrattuale convenuta tra le parti e paga oraria effettiva (o globale di fatto), rendendo così possibile calcolare il costo del lavoro di un collaboratore domestico.

Innanzitutto rientra nel calcolo del costo la retribuzione netta percepita mensilmente dal lavoratore.

Alla retribuzione netta bisogna poi aggiungere il calcolo dei contributi previdenziali ed assicurativi il cui valore è determinato sulla base della paga oraria effettiva.

La determinazione della paga oraria effettiva, che corrisponde alla sommatoria degli importi relativi alla retribuzione oraria convenuta, alla quota di tredicesima, all’eventuale valore convenzionale di vitto e alloggio, a maggiorazioni quali scatti di anzianità, superminimo ed ogni altro compenso che presenta il carattere della continuità e ricorrenza, determina il valore del contributo orario corrispondente alla fascia retributiva delineata dalla tabella INPS.

 

Tredicesima

In sintesi, dunque, possiamo dire che il costo mensile di un collaboratore domestico è dato dal valore della retribuzione netta realmente percepita mensilmente dal lavoratore alla quale deve aggiungersi il calcolo convenzionale del vitto e dell’alloggio (ove previsto) e la quota di 13°, le cui due ultime voci sono considerate al sol fine di determinare il giusto importo contributivo mensile a carico del datore di lavoro.

Di fatto la 13° mensilità è erogata al dipendente in prossimità del Natale, o comunque entro il mese di dicembre e il valore convenzionale del vitto e alloggio sono fruiti dal dipendente in natura.

 

Trattamento di fine rapporto, ferie non godute, indennità di disoccupazione

Bisogna inoltre considerare che al termine del rapporto lavorativo, il datore dovrà corrispondere il TFR relativo ai mesi lavorati, comprensivo anche dei ratei di tredicesima maturati, e liquidare le ferie non godute.

Sempre al fine di determinare il costo del lavoro, si ricorda che anche per il datore di lavoro domestico incombe l’obbligo del pagamento di un contributo addizionale (per il finanziamento dell’indennità di disoccupazione) pari all’ 1.40 per cento della retribuzione imponibile ai fini previdenziali in caso di costituzione di un rapporto a tempo determinato.

In caso di rinnovo, però, a differenza di quanto è stato introdotto per la generalità dei contratti subordinati e a termine dal d.l. n. 87/2018, meglio conosciuto come “decreto dignità”, convertito poi in legge, non è prevista la maggiorazione dello 0.50 per cento del suddetto contributo NASpI.

 

L’esonero dall’ incremento del contributo addizionale nei casi di rinnovi contrattuali rappresenta l’unica eccezione all’applicazione della nuova normativa in materia di contratti a tempo determinato.

Se da un lato infatti le famiglie che necessitano di assumere un collaboratore domestico sono immuni dal surplus contributivo, dall’altro lato, l’art. 7, CCNL per i lavoratori domestici, in materia di rapporti a termine effettua un rinvio alla normativa generale e ciò implica che anche il lavoro domestico deve adeguarsi ai cambiamenti recentemente introdotti dal “decreto dignità” (l. n. 96/2018) e relativi alla durata massima del rapporto lavorativo, che da 36 passa a 24 mesi, alla reintroduzione delle causali e alla riduzione del numero massimo di proroghe, 4 invece di 5.