Lavoro in nero: le sanzioni



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Net Colf
19 Dicembre 18
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Lavoro in nero: rischi

Lavoro in nero: quali sanzioni per il datore di lavoro domestico (e per il lavoratore)?

Il lavoro in nero (o sommerso) è severamente punito dalla legge ed ogni qualvolta si assume in modo non regolare una badante o una colf, ossia non comunicando all’INPS il rapporto di lavoro e i relativi estremi, il datore rischia di incorrere, in caso di ispezioni o denunce, in sanzioni amministrative e non solo.

Le sanzioni sono:

Sanzione per la mancata comunicazione obbligatoria preventiva all’Ente Previdenziale

  • Nel caso di omessa comunicazione di assunzione all’INPS è prevista una sanzione che va dai 200 ai 500 euro;

Non si applicano, quindi, per il lavoro sommerso domestico i maggiori importi previsti dal D.lgs. n. 151/2015 in virtù del quale per il datore di lavoro che assume irregolarmente è prevista una sanzione che varia, a seconda della durata della violazione (ossia dei giorni di effettivo lavoro del dipendente), da un  minimo 1.500 euro a un massimo di 36.000 euro.

 

Sanzione per evasione contributiva

  • Nel caso di evasione contributiva il datore di lavoro è tenuto al pagamento di una sanzione pari, in ragione d’anno, al 30% dell’importo contributivo addebitato, somma che, in ogni caso, non può essere superiore al 60% dell’ammontare della stessa contribuzione non versata.

A tal proposito è utile distinguere tra evasione ed omissione contributiva.

Evasione

Nel primo caso il mancato pagamento dei contributi è strettamente legato alla mancata comunicazione all’INPS dell’avvenuta “assunzione” e all’evidente intenzione del datore di lavoro domestico di “occultare” il rapporto in essere, e le relative retribuzioni, al fine di non versare i contributi previdenziali ed assicurativi.

Omissione contributiva

Nel secondo caso, invece, il rapporto di lavoro  risulta essere regolarmente comunicato all’INPS che appunto rileva, in virtù dell’avvenuta registrazione, l’omesso versamento (o il ritardo) dei contributi nei termini di legge.

La sanzione prevista, di minore entità se paragonata a quella applicabile in presenza di evasione, è pari  – in ragione d’anno – “al tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali dell’Eurosistema maggiorato di 5.5 punti fino ad un massimo del 40% dell’importo dei contributi dovuti e non versati (sanzione civile pari, ad oggi, al 5,75%
in ragione d’anno = tasso di interesse dello 0,25% maggiorato di 5,5 punti)
”.

L’appena descritta sanzione si applica anche nel caso di evasione solo a condizione che il datore di lavoro, entro massimo 12 mesi decorrenti dalla scadenza del debito contributivo (ossia decorrenti dalla data di versamento trimestrale dei contributi prevista dalla legge), adempia spontaneamente e quindi prima di contestazioni da parte del lavoratore o dagli Enti a ciò preposti (INPS, INAIL, Ispettorato del Lavoro).

 

Sanzione per assunzione in nero di extracomunitari senza permesso di soggiorno

  • In tale ipotesi la condotta del datore di lavoro, che viola non solo la normativa inerente al lavoro sommerso ma anche quella relativa alla disciplina dell’immigrazione, assume rilevanza penale; la pena prevede l’arresto da 3 mesi ad un anno e l’ammenda di 5.000 euro (pena che si cumula con le sanzioni amministrative sopra descritte e relative all’utilizzo del lavoro in nero).

 

Infine, è bene ricordare che, come frequentemente accade, i rapporti di lavoro irregolari possono essere anche il risultato di accordi tra le parti ed anche se il lavoratore risulta essere sempre la parte contrattualmente più debole, un regime sanzionatorio è applicabile anche nei confronti di colf e badanti che per ragioni prettamente economiche accettano di elargire le loro prestazioni in nero, rinunciando anche alla copertura previdenziale ed assistenziale.

Si pensi ad esempio al caso di chi percepisce già un’indennità di disoccupazione e per non perderla si accorda con il datore al fine di non regolarizzare il nuovo rapporto lavorativo in essere; altre ipotesi potrebbero essere collegate alla fruizione di benefici fiscali o assegni per il nucleo familiare che il lavoratore perderebbe se dovesse denunciare anche il suo reddito.

In questi casi la condotta del lavoratore concretizza la fattispecie di reato sancita dall’art. 483 c.p. – Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico– che prevede fino a due anni di reclusione, oltre alla perdita dell’indennità di disoccupazione e alla restituzione di quanto impropriamente percepito.

 

Detto questo… conviene non assicurare il personale domestico?

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